Il silenzio della direzione: obbligo di protezione e risarcimento del danno anche in assenza di Mobbing

Dopo un primo annullamento con rinvio, la Cassazione chiude la lite: il datore inerte risponde anche senza mobbing, ma il

risarcimento non cresce senza conseguenze eccezionali.

Un dipendente vive per anni in un reparto avvelenato dai conflitti con il proprio capo, mentre l’azienda resta a guardare. Con l’ordinanza n. 28212 del 1° novembre 2026 la Cassazione chiarisce quanto vale il danno senza mobbing e chi paga le spese della lite. 

Il caso. Un’infermiera di psichiatria denuncia molestie e mobbing da parte del primario e chiede il risarcimento a lui e all’azienda sanitaria. Tribunale e Corte d’appello respingono la domanda. Nel 2024 la Cassazione annulla: alcuni episodi ostili erano provati e andavano valutati anche fuori dallo schema del mobbing. Nel 2025 la Corte d’appello condanna primario e azienda in solido, cioè ciascuno per l’intero, a circa 19.500 euro. Secondo i giudici, l’azienda, di fronte a denunce reciproche, era rimasta inerte e solo dopo due anni aveva trasferito l’infermiera, con un atto poi dichiarato illegittimo. Le spese vengono compensate, cioè ognuno
paga le proprie. La lavoratrice ricorre di nuovo.

L’obbligo di protezione. Il datore deve tutelare la salute fisica e psichica di chi lavora per lui. Il mobbing richiede qualcosa di più: una serie di condotte legate da un intento persecutorio. La Cassazione ricorda che, per la propria giurisprudenza, che «se anche le diverse condotte denunciate dal lavoratore non si ricompongano in un unicum e non risultino, pertanto, complessivamente e cumulativamente idonee a destabilizzare l'equilibrio psico-fisico del lavoratore o a mortificare la sua dignità, ciò non esclude che tali condotte o alcune di esse, ancorché finalisticamente non accumunate, possano risultare, se esaminate separatamente e distintamente, lesive dei fondamentali diritti del lavoratore, costituzionalmente tutelati (Cass. Sez. L, Sentenza n. 18927 del 05/11/2012)».

Qui la responsabilità nasce dall’inerzia: l’azienda conosceva il conflitto e non ha adottato misure per rasserenare il reparto.

Il punto nuovo. A fronte della richiesta della lavoratrice di personalizzazione del danno, la Corte respinge tutti i motivi e conferma circa 19.500 euro, pari a un
danno alla salute del 8%. La Corte ribadisce che la somma standard delle tabelle usate dai tribunali si aumenta solo per conseguenze del tutto anomale e peculiari. 

Qui non ne sono emerse.

Inoltre il giudice che segue il proprio consulente tecnico, se questi ha già replicato al perito di parte, non deve aggiungere altro. Sulle spese conta l’esito finale della lite, non quello delle singole fasi. Un accoglimento ridotto della domanda può giustificare la compensazione.

Che cosa fare. Chi subisce un clima ostile fa bene a segnalare per iscritto ogni episodio, così che l’azienda non possa dirsi ignara. Nell’atto introduttivo
di un giudizio
conviene chiedere il risarcimento anche per violazione dell’obbligo di protezione, non solo per mobbing. Per ottenere un incremento del risarcimento del danno è necessario dimostrare quali pregiudizi specifici si sono subiti rispetto a qualunque altro soggetto con la medesima invalidità. È opportuno nominare un consulente tecnico di fiducia sin dall’inizio del procedimento. Prima di proporre qualsiasi impugnazione è bene valutare con attenzione la strategia processuale, perché, nel susseguirsi dei diversi gradi di giudizio, può risultare più conveniente seguire il percorso già tracciato (in questo caso dalla Cassazione) piuttosto che insistere su una linea che rischia di condurre, come nel caso esaminato, a una complessiva soccombenza reciproca.

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