Il turno fisso per assistere il figlio: caregiver e accomodamenti ragionevoli La Cassazione si pronuncia dopo il parere della Corte di giustizia europea: le misure provvisorie non bastano a tutelare chi assiste un figlio disabile.

Chiedere un orario stabile per accudire un figlio con disabilità e ottenere solo soluzioni provvisorie, rinnovate di volta in volta, è un’esperienza comune a molti genitori. La sentenza della Corte di Cassazione n. 9104 del 10 aprile 2026 si chiarisce che cosa deve fare il datore di lavoro e quando il suo comportamento diventa discriminazione.


Il caso. Una madre, operatrice di stazione in un’azienda di trasporto pubblico, chiede di essere assegnata stabilmente a un turno fisso di mattina. Nel pomeriggio deve assistere il figlio minore disabile. Si dichiara disposta anche a mansioni inferiori. L’azienda le concede solo provvedimenti temporanei. Nel 2019 il Tribunale respinge la domanda: la tutela spetterebbe al disabile, non a chi lo assiste. Nel 2020 la Corte d’Appello esclude la discriminazione: la lavoratrice era già stata agevolata e il servizio prevede turni a rotazione sulle 24 ore.


Gli accomodamenti ragionevoli. Il datore di lavoro deve adottare le modifiche organizzative necessarie perché una persona con disabilità lavori alla pari con
gli altri: un orario diverso, un altro posto. Il limite è l’onere sproporzionato, misurato sui costi, sulle dimensioni dell’impresa e sui posti vacanti. La Cassazione ricorda che, per la giurisprudenza europea, la tutela contro le discriminazioni per disabilità sul lavoro «deve estendersi pure alle persone strettamente legate a
persone disabili». Interpellata proprio in questa causa, la Corte di giustizia ha fatto un passo ulteriore: anche verso il genitore caregiver valgono il divieto di discriminazione indiretta e l’obbligo di accomodamenti.

Il punto nuovo. La Cassazione fissa quattro regole. È discriminazione indiretta, cioè uno svantaggio prodotto da una prassi in apparenza neutra, non adottare soluzioni ragionevoli per il caregiver. Lo è prolungare troppo a lungo misure provvisorie, perché a una disabilità permanente serve una risposta stabile. Lo è trattare allo stesso modo situazioni diverse. Lo è, infine, ignorare la disponibilità a mansioni inferiori. Spetta all’azienda provare di avere provveduto o che la misura le costerebbe troppo, e un turno fisso a parità di ore non ha costi sproporzionati. La causa torna alla Corte d’Appello di Roma, che verificherà l’organico e deciderà sul resto.

Che cosa fare. Il lavoratore fa bene a presentare la richiesta per iscritto, documentando la disabilità del familiare e l’assistenza prestata. È utile proporre più soluzioni, comprese mansioni diverse o inferiori, e conservare ogni proroga provvisoria: la loro serie prova  l’assenza di una risposta stabile. In giudizio basta allegare elementi che rendano plausibile la discriminazione, come colleghi trattati in modo più favorevole. Il datore di lavoro deve rispondere a ogni proposta per iscritto, motivando su costi, organico e posti disponibili. La prevenzione migliore è una procedura interna che valuti le richieste dei caregiver con gli stessi criteri usati per i dipendenti non idonei per motivi di salute.

Avv. Benedetta Giugni & Avv. Giuseppe Mazzotta



Contatta lo Studio per un primo colloquio

benedetta@giugnistudio.it

9.00 - 13.00 | 15.00 - 19.00